24 marzo 2023 

Apertura Rassegna dei "100 ANNI DI JEAN SERVATO" presso la Biblioteca Comunale di Rivalta Bormida, con il programma che si svilupperà per tutto il 2023. Gli eventi del Centenario hanno il patrocinio del Comune di Rivalta Bormida, della Provincia di Alessandria, del Comune di Casale Monferrato, del Comune di Acqui Terme, dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Provinciale di Alessandria (ANPI), dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi (ISRAL) oltre che l’impegno dell’Associazione Culturale “Amici di Penultimo”, nata per promuovere e diffondere la cultura in generale, con particolare riferimento all’attività letteraria, teatrale ed artistica in tutte le sue forme, ispirandosi alla scuola e all’insegnamento nonché alle opere di Giovanni Servato detto Jean, in arte soprannominato “Penultimo”



CONVEGNO DI STUDI Casale Monferrato 21 febbraio 2015

JEAN SERVATO
EDUCARE ALLA LIBERTA’ E ALL’ARTE

OMAGGIO DEL COMUNE DI CASALE MONFERRATO
E DELL’ISTITUTO SUPERIORE BALBO - LICEO LANZA
Sabato 21 febbraio 2015
Aula Magna Liceo Lanza – Via Vercelli, 1 (P.zza Cesare Battisti) 
Ore 9,00 -11,00

CONVEGNO DI STUDI
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AGENDA

Ore 9,00:        Saluto, apertura lavori
e scopertura targa intitolata a Jean Servato :
Sindaco Città di Casale M. Titti Palazzetti
Prof. Patrizia Farello e Prof. Lella Gaviati

Ore 9,15:        Introduzione ai lavori:
Preside Istituto Balbo-Lanza Prof. Riccardo Calvo

Ore 9,30:        Jean: cenni biografici dagli anni della “Dolce Vita” al Nuovo Secolo
                        Prof. Davide Sandalo

Ore 9,50:        Bobbio, Baretti, Servato: tre piemontesi spiemontizzati
                        Prof. Dionigi Roggero

Ore 10.10:      Una vita per l’arte
Prof. Giuliana Romano Bussola

Ore 10.30:      La generosa passione di educare alla Libertà
Prof. Gianni Abbate

Ore 11.00:      CHIUSURA LAVORI

Coffee Break

Presidenza:
Titti Palazzeti

Comitato D’onore:
Gianni Abbate - Giuliana Bussola – Riccardo Calvo - Patrizia Farello – Lella Gaviati - Adriano Icardi - Walter Ottria - Carlo Prosperi - Gian Luigi Rapetti Bovio Della Torre - Dionigi Roggero - Davide Sandalo – Roberto Scanzo -

Relatori:
Gianni Abbate - Giuliana Bussola – Dionigi Roggero – Davide Sandalo

Segreteria:
tel. 0142 452316 - fax 0142 460849



Convegno di Studi su Jean Servato patrocinato dal Comune di Rivalta Bormida 9 NOVEMBRE 2013



A un anno dalla scomparsa di Jean Servato, l' Amministrazione Comunale di Rivalta Bormida ha ritenuto doveroso organizzare un convegno per approfondire la figura di Servato, rendendo omaggio ad un personaggio che con le sue opere ha contribuito, insieme ai suoi celebri predecessori G. Baretti e N. Bobbio, a dare lustro alla nostra comunita'.
Il Sindaco Walter Ottria
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PALAZZO BRUNI - VIA TORRE, 6 - RIVALTA BORMIDA
SABATO 9 NOVEMBRE 2013
 

programma:


 Ore 15,15


· Saluto e apertura dei lavori ore 15,15:
   Sindaco Walter Ottria
 
 · Donazione del busto di Jean Servato della scultrice O. Rossi al Comune di Rivalta B. da parte dell’Associazione “Amici di Penultimo”
 
 · Introduzione ai lavori:
   Giulio Sardi
 
 · Voce Recitante:
   Alessio Bertoli
 
 · Jean: cenni biografici dagli anni della “dolce vita” al nuovo secolo:
   Prof. Davide Sandalo.
 
 · La Resistenza nelle pagine di Servato,   poeta e giovane combattente:
   Prof. Adriano Icardi
 
 · La generosa passione di educare alla libertà:
   Prof. Gianni Abbate
 
 · Figure rivaltesi nella narrativa di  Servato:
   Prof. Gian Luigi Rapetti Bovio Della  Torre
 
 · Epigrammi casalesi:
   Dott. Luca Beccaria
 
 · Dialoghi di un poeta planetario con la  madre:
   Prof. Carlo Prosperi
 
 · Chiusura lavori
 
 Seguirà rinfresco


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Presidenza:
Giulio Sardi


Comitato D’onore:
Walter Ottria - Gianni Abbate - Luca Beccaria - Andrea Bobbio - Gianfranco Ferraris - Adriano Icardi - Ornella Rossi - Carlo Prosperi - Gian Luigi Rapetti Bovio Della Torre - Davide Sandalo


Relatori:
Gianni Abbate - Luca Beccaria - Adriano Icardi - Carlo Prosperi - Gian Luigi Rapetti Bovio Della Torre - Davide Sandalo


Voce recitante:
Alessio Bertoli

Segreteria:
Carlo Prosperi - Luca Servato - Laura Servato - Paolo Servato

Info:
jeanservato@libero.it
Cell. 347.3436966

 
 

 
 

 

 

Jean Servato ad un anno dalla scomparsa.

Per ricordare lo scrittore Jean Servato ad un anno dalla sua dipartita, l’Associazione “Amici di Penultimo” ha pubblicato una raccolta inedita di poesie dal titolo “Miei Colombi di guardia al Cielo!”.

La raccolta è un estratto del più vasto volume “Le memorie di un ottuagenario di provincia” che verrà pubblicato prossimamente dall’Associazione che cura e segue l’opera letteraria, poetica e critica dello scrittore.

La pubblicazione, fuori commercio, verrà distribuita sul territorio casalese in modo assolutamente gratuito dalla Libreria “Sant’Evasio” di Via G. Mameli n.46 in Casale Monferrato grazie alla gentile collaborazione del titolare Luigi Defrancisci. Dal 5 di giugno 2013 fino ad esaurimento scorte.

Miei Colombi di guardia al Cielo!
Siete su tutto!
Come piccole lampare
che guidano ora e giorno!
Poi ve ne andate
più in là! Come
se ci fosse
altro paradiso!
Bello dirvi parole
di brezza care
alle vostre ali!
                                                    Jean Servato
                                                     Novembre 2010

Contemporaneamente alla distribuzione della raccolta di poesie verrà esposto il busto di Jean, ad opera della scultrice Ornella Rossi, destinato alle Sale Municipali del Comune di Rivalta Bormida, paese natio del poeta. Sarà in mostra anche la “macchina da scrivere” che ha fatto da “compagna” al poeta per tutto questo tempo.
 

Dialogando con mia madre









Madri e figli sono incollati
come la luce e l’ombra.
E’ tutto ciò che rimane
del progetto di vita terrestre



Oggi sette marzo è il giorno del Tuo Requiem estremo.
Facciamo cronaca, mamma. Cronaca insieme. Sei sulla bocca e nel cuore di tutti gli amici. E sono tanti.

Splendida mamma, fosti la compagna delle mie lotte, delle speranze giovanili, della mia esistenza d'artista errabondo. Andavi fiera di tuo figlio. Non ci voleva tale fine violenta e spietata. Da un pò di tempo avevi cominciato a morire. Eri stanca. Il tuo cuore generoso si stava spegnendo. La quercia d'una volta s'incrinava. Desideravi andar via, prendere una vacanza. Fossimo stati più previdenti.

La vita prima o poi ci tradisce. E non ha che corone di spine da porgere alle tempie. Nei tuoi lunghi silenzi domestici attendevi sempre una mano amica. Anch'io tante volte avrei potuto restare, invece partivo. Avverto in me un senso di angoscia per le tue solitudini, per le tue notti bianche.

E dire che mi sembravi immortale! M'ero fatta di te un'im­magine che gli eventi non avrebbero toccato. Ora m'invade la paura di non aver fatto tutto per salvarti. Mamma Rina, non volevi evadere dal mondo del lavoro, divenendo così la più anziana aquila di diamante del commercio dell'intera provincia. Per oltre sessant'anni fosti al servizio della gente, nel tuo negozietto di paese.

Amavi tuo figlio d'un amore sconfinato. All'antica, con poche carezze e tanti sacrifìci. Fummo sulla stessa barca, dall'inizio alla fine. Tenevi il timone della casa e era cosa. giusta.

D'improvviso sei discesa nell'inferno del dolore. Laggiù nel­l'ospedale ho vinto l'innato pudore verso il tuo corpo glo­rioso. Da sempre custodivo venerazione e tremore. Così mi sono calato nei misteri della vita e della morte. Ho sentito la radice materna vibrare all'unisono nel mio sangue di figlio. Ogni violenza patita dal tuo corpo di madre diveniva parte di me, diveniva la tua e la mia eredità.
Acqui Terme, ore 11 del 7 marzo 1986.
Per stare insieme
ancora un poco

Sembra un gioco assurdo
scrivere
usare intelligenza
e parole
per una donna semplice
com'era mia madre.
Eppure
lacrime e immagini
mi servono
per stare insieme
ancora un poco.



Insisti a sperare
anima mia


Mi sono detto:
« Insisti a sperare, anima mia!
Ogni ora di vita
è sottratta
all'eternità del nulla ».
Intanto il mio corpo.
si sgretolava
nel corpo di mia madre.



Ero tornato il tuo bambino

Ero vicino al letto
e si faceva sera.
Mi vedesti stanco
e sussurrasti: « Giovanni,
metti la testa sul cuscino
accanto a me. Riposa! ».
Ero tornato il tuo bambino.


Avessi potuto darti ali…

Soffrivi tanto
e mi chiedesti
di prenderti
in braccio.
Ti ho stretta
lungamente
come non facevo
da anni.
Avessi potuto
darti ali...



Che tu sia benedetta
tra le donne


Dicesti l'ultima Ave Maria
con don Guido:
che tu sia benedetta
tra le donne,
madre mia.
Hai lavorato e amato
tutta una vita.



Lottavi con vigore
perché non finissi solo.


Lottavi con vigore
perché non finissi solo.
Eri docile alle cure
eppure pativi l'inferno
dalle viscere al capo.
Ti sentivo fuori e dentro di me
albero e gemma, radice e frutto.
Eri allegra i primi giorni
chiedevi le ciabatte.
Alzandoti, avresti risolto
tutto in maniera sbrigativa.
Poi la febbre mai doma
in furiosi saliscendi
t'incendiò il sangue
affaticato dagli anni.
Ci fosse stata una pergola
a farti ombra
con grappoli d'uva bianca
come alla « Ciliegia » di Strevi,
ci fosse stato papà
a darti baci e carezze.
C'ero io negletto e meschino
che ogni tanto appoggiavo
la guancia su un lembo di lenzuolo
per dividere con te
l'ultimo desco di dolore.


Ora sei andata avanti tu

Finirà tutto
lo sappiamo da tanto.
Ora sei andata avanti tu
com'era nel tuo stile
a battere il sentiero
perché sia sgombro
di erbe selvatiche
né gravino meandri di buio.



Neve assopita
sui colli acquesi


Neve assopita
sui colli acquesi
antica
come il dolore
del mondo
vorrei nascondere
sotto
le parole più dolci
perché a primavera
germoglino
per il cuore buono
di mia madre.



“quante cose vedo prima di morire”

Talvolta si andava in macchina
e tu esclamavi « Quante cose
vedo prima di morire! ».
Erano le tue uniche vacanze
dopo una vita di lavoro.
T'era venuta improvvisa
la smania di guardare il mondo.
O di salutarlo, prima dell'addio.
Te ne bastava un pezzetto
per farti rivivere.



Danzeremo mamma
nella luce sfavillante


Danzeremo mamma
nella luce sfavillante
del sole
quando sulle colline
di Rivalta
la terra respira
l'azzurro del cielo.
Come i tuoi occhi!



Morranno i tuoi occhi
di cielo

Morranno i tuoi occhi
di cielo
le tue mani forti
il tuo viso di regina
morrà la tua voce.
Era ieri che mi chiamavi
« Giovanni » e io ragazzo
vivace tornavo a casa
sporco di terra
felice del tuo richiamo.
Ora andrai vicino al papà
a dialogare del figlio.
Gli ricorderai che sino
all'ultimo giorno
usasti il seggiolino
che aveva impagliato.
Gli dirai che mai
smettesti di volergli bene.



Ho tentato di strapparti
a questo viaggio senza ritorno


Siamo corsi all'alba
del cinque marzo.
Aveva cessato di battere
il tuo cuore generoso
che ha amato
la povera gente.
Non rinunciasti mai
a sentirti creatura umile.
Onoravi così il tuo passato.
Corpo di mamma
percosso da tanti mali
trafitto da aghi a non finire
sino all'estremo ho tentato
di strapparti a questo
lungo viaggio senza ritorno.



Sembri una bambina addormentata
Ai piedi di un ciliegio fiorito


Nei giorni
in cui te ne stavi andando
cadeva tanta neve.
Io mi dicevo che finiva
il mondo
e che tutto congiurava
contro di te.
Ora la neve ha fatto nido
nei tuoi capelli.
E tu dormi in un silenzio
di rose rosse
tra quattro lampade
sperdute in una sala fredda.

Accarezzo la tua fronte
senza rughe.
Sembri una bambina
addormentata ai piedi
d'un ciliegio fiorito.
Ad aprile tra i filari
delle vigne
peschi e mandorli
smuoveranno la primavera.
E tu madre mia
sarai nei primi tepori
dell'aria
come quando sentivi
la terra amica
e il sole darti coraggio.



Le pie donne cantavano
che un giorno risorgerai


Fosti ubbidiente alla fiamma.
Ti chiudevano per sempre
ai nostri occhi.
Ti portavano a spalla
quattro uomini in divisa.
Poi la Banda Musicale
ti dava il saluto
sul sagrato della Chiesa
come sarebbe piaciuto
a nonno Sandrin.

Le pie donne cantavano
che un giorno risorgerai
e io ti vedevo alta
e forte che mi tenevi
per mano sulla collina
di Strevi
dove conoscesti papà.



A giorni nei fossi
Spunteranno viole e primule

A giorni
nei fossi spunteranno
viole e primule.
Talvolta scendevo
da Orsara
e te ne portavo
un mazzetto.

Eri radiosa
negli occhi chiari
poi posavi i fiori
in un bicchiere
sotto il ritratto di papà.



Potesse il legno tuo
farsi barca che non affonda

Madre mia
non c'è nulla
che ti eguagli
nulla che gridi
nel sangue
come la tua voce.
Eppure piango
la tua forzata
assenza.

T'hanno murata
come vuole usanza.
Potesse il legno tuo
farsi barca
che non affonda
e salpare verso
il mare aperto
ti saprei in balìa
dell'infinito
e ne trarrei
una parvenza di sogno.



Consumavi con amore
il tuo addio


Anche sul letto di morte
mandavi baci a tutti.
Eri rimasta
eguale a te stessa
povera e buona
sino al confine
delle prime ombre.
Consumavi con amore
il tuo addio.

Potessimo fermare
questo tempo
mai sazio
dei nostri affanni
potessimo alzare
un'immensa bandiera
bianca
per muovere a pietà
le forze oscure
che fanno sterminio
dei nostri giorni.
Da sempre viviamo
con la sola certezza
di questa dipartita
terrestre.



Tornerai sul mio cammino
ogni volta che vorrai


Tornerai
sul mio cammino
ogni volta che vorrai
sino allo spegnimento
di questo fragile
involucro.

Torneremo
sulla stessa barca
dove tutto si fa memoria
di lutti e trapassi
posseduti da quel nulla
che governerà
galassie e pianeti.

Fummo strumento
e mistero d'una effimera
sopravvivenza
godemmo di guardare
da vivi
le nostre ombre graziose
protese sulla terra.
E si continuò a gettare
àncore nello stagno
illusi d'una sorgente eterna.



Ora possiedi il regno dei cieli

Perdonami
se continuo a piangere.
Mi dicono che tu soffri
vedendomi così.
Perdonami
se non t'ho dato
qualche giorno di felicità
in giro per il mondo.
Non sentirò più
il tuo respiro
né scorgerò i tuoi piedi
stanchi d'aver tanto
camminato nel tuo negozietto
di paese.

Eri rimasta povera
e ora possiedi
il regno dei cieli.
Sei sul dorso delle nuvole
a celebrare
il nostro amore invincibile!



Perché vita ti ostini…

Perché vita ti ostini
a generare te stessa
e poi ci ricacci
senza scampo
nel labirinto del dolore?



Fosse tutto un sogno

Fosse tutto un sogno
fossimo mai esistiti
né mai nati
ora saremmo solo
briciole di vento
sulle colline
bianche di neve.



Poco fa t’ho telefonato

Poco fa
t'ho telefonato
e non m'hai risposto.
Zia Ester ha detto
che eri di sopra
a fare i lavori di casa.
E' una bugia, mamma,
che tu saresti pronta
a contare.



Avrebbe pace forse
la malinconia notturna…


Potessi abitare su un'isola
sperduta nell'oceano
misurerei i grandi spazi
da pié fermo sull'infinito,
potessi innalzare al cielo
musiche e incensi
muterei l'angoscia
in sovrumana saggezza,
potessi sotto tigli estivi
sognare nuvole d'api
che fecondano la vita
invocherei divinità leggere
per risalire il fiume del tempo,
potessi anima mia
allargare le braccia
stringerei rocce e ginestre
nella ferocia struggente
della sopravvivenza
o nella sublime finzione
dell'unità planetaria...
Avrebbe pace forse la malinconia
delle ore notturne
quando le farfalle sognano
sentieri di luce
e si dibattono in tele di ragno.



Come vorrei che queste lacrime
scaldassero le vostre ceneri…


Sei accanto al papà
e vai discorrendo.
Certamente parlerete
di me
e non vi darete pace.

Oh, come vorrei
che queste lacrime
scaldassero
le ceneri paterne
e scivolassero
sulle tue belle mani
prigioniere del vuoto.



Solo noi portiamo in giro
la malinconia dei viventi


Sono venuto a trovarti
mamma.
Stai in alto e taci.
Ancora le corone
a ridosso del muro
e qualche vaso sparso
nella tua stretta dimora.
Sulla piccola ghiaia
trasale lo stropiccìo
dei nostri passi.

La zia Ester corre avanti
e indietro come una trottolina.
Avverte il presagio
del futuro
e lo sussurra con dolcezza.
Ci scorge già in tua compagnia
ordinati e sereni
eguali a piccoli corsi d'acqua
che tornano all'antica sorgente.

In silenzio mi ripeto
che forse in India le ceneri
sparse nel fiume sacro
accomunano senza steccati
di tempo e di rango.

Qui ognuno piange il lutto di casa
il suo sangue versato.
Scorro i nomi dei defunti
e non par vero che freddi marmi
rechino all'occhiello
migliaia di visi
visti ieri o ieri l'altro.

E questo paese si dilata
scoppia di salute.
In rade oasi di terra
bei cipressi hanno ceduto
al peso della neve
e giacciono tristi sul fianco
con vaghi passeri
nascosti tra le bacche.

Solo noi portiamo in giro
l'angoscia dei viventi.



C’è sempre fretta
di correre


C'è sempre fretta
di correre
di volare via.
E dimentichiamo
di restare accanto
alle vecchie mamme
di dar loro
la nostra mano.



Eppure dura l’illusione
che s’allontani la nostra sconfitta…


Maman
ti vorrei vicino
per accarezzarti i capelli bianchi
così furono i nostri ultimi
momenti di colloquio.
Tu ascoltavi in silenzio:
l'eternità covava in seno
come serpe del nulla.
Eravamo povere creature
sulla riva d'un pianeta dannato
carico d'ombre e pianti.
Il tempo massacra
ogni evento corporeo
e dissacra memorie e speranze.
Ci vuole forza immane
a non piegare la testa
e dire basta.
Eppure dura l'illusione
che qualcosa s'inceppi
o s'allontani
la nostra sconfitta.
Ordine apparente e musica
di parole ci giocano
complice il sole
come se la ruota che rovina
sulle siepi non travolgesse
le restanti tenerezze
della vita.



Giovinetto salivo
alla fonte della Marenca

Giovinetto salivo alla fonte
della Marenca.
Mi chinavo a bere
l'acqua pura d'una volta
e salutavo le vigne d'intorno
che ora quali anime pie
montano di sentinella
all'altra vigna
dove più nessuna mano
si tende a cogliere
grappoli d'uva.



Sono più povero di una siepe
di biancospino colpita dalla falce


Sono più povero del muschio
che invano anela a farsi presepe
sono più povero d'un bimbo
morto prima di nascere
sono più povero d'un emigrante
che annega in un fiume di ricordi
sono più povero d'un passero
che sogna primavera su un fienile
e fuori infuria la bufera
sono più povero d'una siepe
di biancospino colpita a morte
dalla falce del contadino
sono più povero di chi giura speranza
e nei campi scopre roghi di girasoli
sono più povero d'una voce
che grida nel deserto
e s'abbatte su un angelo ferito
dal vortice delle galassie
sono più povero del più povero
tramonto che nella nebbia
ha perso le ali di fuoco...

ASSURDO VINCE SULLA NORMA O GENERA ORGOGLIO E TRISTEZZA?...


Universo dirimpettaio ha o non ha regole?
Ha fame solo di se stesso?...
Se si evolve scrive su libro segreto
che vita non si ferma mai! Parrebbe....

Ma se giace in punitivo buco nero
si attenta a sua immensità!... E noi siamo
qualcosa che verrà rimpianta? Qualsiasi
corsa vola verso l'assoluto?... Ogni cosa
tintinna e poi va a ramengo? Si spezza
una storia e si spegne clavicenbalo come
se maga giungesse a rovinar ogni molecola...

Sono miliardi le molecole d'attorno,
né urge etica cosmica. Gran pasticcio,
anima mia, essere qui per caso e pure
vegliando sul sonno delle cose... Forse
valiamo solo quel pugno di mosche inviate

dal Sommo Giove, come vuole leggenda
del Parnaso! E che bramano divorar
nostro involucro mortale! Verrà punito
come perenne diatriba tra l'essere e
il divenire? E noi vorremmo durare,
durare all'infinito!... Quasi fossimo un guscio
a fior di pelle di questo universo!...

4 novembre 2007

BEATI GLI ULTIMI PERCHE' SARANNO I PRIMI

BEATI GLI ULTIMI PERCHÉ SARANNO I PRIMI!
“Dal Vangelo secondo Matteo”
Vale forse la gloria
per dire "si" all'eterno?
Quando costui è
lo stesso universo!
Come gridò Giordano
Bruno quando bruciava
a Campo de' Fiori sul balcone
del Seicento. Per volontà d'un
papa che si diceva
microfono di Dio. Povero
Giordano! Manco la cenere ci
resta del tuo calvario
apostolico e romano! Povero
Giordano! Abbi nostra
voce di panteisti dell'universo.
In cui dormi in mille
forme in mille vite o in nessuna
che ti faccia ingordo!
Sei anche tu il tutto!...
Jean Servato
7 novembre 2007

VITA, VITA MIA! E DI TANTI ALTRI!

“Sommessa preghiera d'un mortale”

A occhi socchiusi eppure
dritti in infinito mentale,
mi chiedo se durerà ancora
codesto valzer viennese
a giro di trottola vivace!
Vorrei «ensemble»
joie et merveille entre
choses natives qui gardent
lointain! Je desire
trop?... Je ne rève pas
pitiè nì me voucher le
long d'une éternitè du neant!

Naturalmente innanzitempo!
Eguale a un rottame smarrito
da chicchessia. Vita, vita mia!
Tuo Jean nel dì ottavo
e novembrino d'un 2007!
Sto sognando a occhi socchiusi?
lasciami sognare, vita mia!

On m'a dit qu'il y a une vie éternelle!
Et je demande «où est-elle?»
On m'a repondù: «Elle est au-de-là
des cieux. Elle est au-de-là de l'univers!»
Je me dis qu'elle est trop lointaine
pour un qui meurt et perds
ses ailes et ses bras!

MULTIPLA ELEGIA PER ENZO BIAGI

“CI SIA DOMANI FERVORE DI TENEBRE”

Ieri scialle cristallino
di Gesù ti volle pioniere
degli umili e degli eguali
in sorda contumacia
da secoli a non finire!
Eppure, caro Enzo,
hai sorriso alla vita
prima di andartene!

Sulla barra del nulla
o di quel Regno di Dio
che in te albergava.
Nella tua minuscola
chiesa a misura d'uomo
patetico Cardinal Tonni
ti raccontò quasi lui fosse
fratello maggiore.

Fosti ardente partigiano
di Giustizia e Libertà!
Vicinissimo a Norberto Bobbio
e a Giuliano Pischell
segretario di Matteotti
quando fu massacrato
da segugi di Mussolini.

Voce tua senza retorica resta
incollata alle pareti del tempo.
Mosaico di gesti umani
mai bizantini. Da plurime
stagioni più non si consuma
quel tuo parlare.

Valse assai esser nato
in campagna tosco-emiliana:
laggiù gli alberi si tendono
qual respiro di terra! E
porgono eterna fanciullezza.
Torna a sussurrar che vivere
è morire ogni giorno. E che
amare è unico fragore interiore.

Caro Enzo Biagi! Quando
si invecchia sulla sponda
d'un fiume che scorre pure
nel cuore, par di giungere
mai al capolinea. Si brama
star a fianco dei figli o di
povera gente come si confà
a narrator cortese.

Da creature, sparse in ogni
lido, hai tratto storia del
mondo: tenendo il capo su
gloria altrui o su smarrimento.
Fosti cavaliere di fratellanza.

Mio Enzo, eri pianura assolata,
e non solo canto di cicala sul
mandorlo di casa! Tua voce
contadina sposò la luce per
parlare agli uomini. Fu religione
ad angolo giro. Stasera vorrei
gran plenilunio su terra che ti
calca! Son come te,
ultraottantenne, caro Enzo!...

Jean Servato
nel giorno quando tornavi al paese natale.
Giovedì 8 novembre 2007

Il Mistero della Grisa - parte 3 - L'incontro


L'incontro con la Grisa
Come in un sottile gioco, la grisa appariva misera e gli altri la pensavano ricca. Intanto il gruzzolo cresceva ogni anno e lei non possedeva una spanna di luce nè un filo d'acqua. Era ferma al Settecento. Viveva in un farraginoso magazzino di cianfrusaglie da pochi soldi. Però, stando a letto, poteva catturare dai vetri la continua varietà del cielo, centellinando ogni ora della notte.Sarà stato che il nome di Grisa aveva un che di manzoniano e che io mi stavo affezionando a questo personaggio melanconico che lottava per sopravvivere, sarà stato che il suo caotico disordine mi dava l'idea del naufrago che si aggrappava a qualsiasi legno che galleggiasse, pur di giungere a riva, saranno state queste e altre cose: io nella Grisa vedevo la condizione umana, al limite del primitivo naturale o del disastro psicologico.La cercai ancora verso le sei del pomeriggio, in una giornata calda e luminosa. Superato il voltone dei Baretti, in punta di piedi, colsi un'immagine che pareva uscire da una pagina dei "Miserabili" di Victor Hugo. La Grisa stava rannicchiata su un pendio erboso, sotto il pino della casa ad archi, col viso per metà coperto da un fazzolettone colorato. Il sole picchiava forte sulla rocca e lei tendeva in avanti le gambe magre e scoperte, con le rotule gonfie e bruciacchiate. Con dita nervose, sgranellava un nero rosario e con suoni gutturali mormorava i misteri del Cri­sto. Non volli turbarla. Mi appoggiai alla casa del pino, quasi non fiatando. Per giorni avevo inseguito la sua vana figura e ora, per miracolo, la scoprivo sprofondata nell'erba smeraldina di fine maggio, mentre colloquiava col suo Dio.La Grisa capiva che il sole era il vero alleato e lei lo prendeva sulle gambe secche e chiazzate, recitando le sue devozioni all'aria aperta. Negli alti e bassi delle preghiere,fiutava a piene narici gli aromi della campagna che assediavano i bordi del cortile.Giunse da qualche cantina un gatto grigiastro a violare l'alone mistico del momento. La bestia mi scrutò di lontano e poi andò a cacciare il muso in una pignatta d'acqua piovana. Lei si permetteva di dissetare le bestiole della contrada. Il micio tentò di raggiungere il sito dove la Grisa s'era allungata, ma rivedendo me, rigido come un baccalà contro il muro, e temendo un agguato, fece marcia indietro. Iniziò a spruzzare il piede di una panca in marmo della casa di Ruchèn e riandò nuovamente alla ciotola, coll'aria del padrone bastonato. Si fece strada tra una catasta di cassette a cui s'appoggiava una lunga scure della Grisa e infilò i due balconi che sovrastavano il voltone d'entrata. Completò il giro d'ispezione spruzzando l'inferriata di un balcone e spiccò un salto sulla scala consunta e liscia dei Baretti che dall'esterno conduceva al solaio. I tonfi dei suoi salti si ripercossero tra le mura del cortile, invaso dall'ombra lunga dei tetti.La Grisa non seguì le peripezie del gatto. Volle godersi maggiormente il sole e tirò su il vestito di lana spessa. Passò ripetutamente la mano sinistra sulla gambe e frizionò la pelle calda. La preghiera stava terminando. Con uno scattò cacciò il rosario in una borsa di plastica e si sollevò da terra, raccogliendo straccetti sparsi. A gambe nude, e scalza tra l'erba, apparve in una traballante magrezza. Dondolando, scese per la stradina di Ruchèn e scomparve dal mio orizzonte. Rientrò di lì a poco con strani panni, freschi di bucato, e appoggiati sul braccio. Agguantò il giornale dell'Ancora di Acqui che aveva tenuto al fianco durante il rosario e lo cacciò nel vuoto di una cassetta, come fosse roba letta e destinata al fuoco. Per aria pizzicava l'odore della cena.Una decina di metri più in su, sotto il voltone, l'altra donna del cortile, similmente, stava trafficando con una cassetta. Alla spiccia, la cacciò sotto i tacchi; col destro menò un fendente così forte che fallì il segno. Perse l'e­quilibrio e sbandò col corpo di mezzo giro. Allungò le mani e si fermò contro il muro, traballando assai. Capii che quella era l'ora delle cassette!Intanto la Grisa scopriva un foglio giallo sepolto in un vecchio giornale. Venne attratta dal colore e dal titolo perchè si mise a leggerlo avidamente, senza perdere una virgola. Lo ritenne così prezioso che rincasò tenendolo tra le mani. Salì al piano superiore e chiuse le finestre, tornando poi a raccattare un piatto a fioroni, steso al sole come un panno da bucato. Ne annusò la fragranza, quasi volesse cacciar via l'odore di muffa che appestava i muri dove non cantava il camino.Fu in quell'istante che io uscii dalla mia silenziosa garitta. Ruppi il ghiaccio, chiedendole a bruciapelo dov'era la casa di Baretti. La Grisa mi guardò con aria smarrita, ma subitamente s'infervorò della faccenda.Mi segnò con ambe le mani la casa dagli archi sotto il tetto. Non volle indicarmi la vera casa decrepita di Baretti che stava a lato della sua. Io non la corressi e lei continuò: - Rivalta festeggia i mille anni del Borgo! I giovani sono venuti in gruppi nel cortile, coi costumi d'una volta. Hanno messo tavole e vino per ricordare Baretti. La banda musicale suonava allegra che era un piacere per me. E qualcuno ballava. Poi si mise a piovere grosso. Veniva giù che Dio la mandava. Presero a scappare, persino dalla rocca. I musicanti coi tromboni cercarono riparo sotto il vol­tone. Io sarò povera, ma stavo all'asciutto dietro la fine­stra di sopra e li guardavo che fuggivano eguali a topi.Negli occhi della Grisa balenò un lampo di compiacimento, misto al dispiacere vissuto dal paese scornato. Volli poi sapere dei rapporti coi vicini. Lei si mise a contare con voce sofferta: - Le case a fianco sono più morte che vive. Quella di fronte con i pini è di forestieri che arrivano da Genova ogni sabato. Sono una coppia. La moglie è una santa donna che mi vuole un gran bene! Il marito è peggio del diavolo. Non mi può soffrire. Lui viene dalla cit­tà, si è rifatto la casa, ma intorno le stanze non hanno un'a­nima viva! Bene o male, ci sono solo io nel cortile. I Grisa sono qui da tre generazioni, io ci vivo e ci morrò! Il suo tono s'era fatto lacrimevole e bisognoso d'affet­to. Lei teneva duro dall'inizio del secolo. Non sarebbe ba­stato il primo venuto per schiacciare la sua volontà di so­pravvivenza.- Mia madre, - le chiesi - lo sa che è morta cinque anni fa?- Altro che! - soggiunse lei - Ero al funerale e faceva un gran freddo. C'era anche la neve sulle colline d'intorno. La musica in cima al corteo faceva piangere! Io cammi­navo a lato del povero Cunì. All'improvviso, si sentì male e lo portarono a casa, in tutta fretta. Nel giro di due ore, raggiunse tua madre Rina!Mi accorgevo che aveva in testa tutta la vita di Rivalta. Conosceva morte e miracoli di ognuno. Allora io che l'a­vevo sentita tossire una sera quando entrai furtivamente dentro la "Court di Baret", le chiesi cosa sentisse in gola. Lei si confidò: - Ho una bella bronchite che mi dura da mesi! Viene la suora a curarmi e mi fa bere dello sciroppo. Ma io sono convinta che solo il latte caldo me la farà passare.Volli sapere come stava a soldi e se bastavano. Lei mi rispose: - Lo Stato mi passa la pensione minima e mi basta! Se spendessi come gli altri, pagherei pure l'acqua da bere. Io vado alla fontanella dietro la Chiesa o scendo alle Lavanche. Laggiù c'è un'acqua più leggera dell'aria! - Ma è lontanto - commentai io - È una tirata che fa mancare il respiro.Lei rimediò, aggiungendo: - Fuori casa ho sempre ciotole e secchielli per pigliare la pioggia. In quanto a fatica, caro mio, feci la giornaliera per oltre cinquant'anni, così mio fratello. Coi soldi messi insieme, quando la nostra casa in fondo a via Baretti scivolò nel burrone, comprammo questa. Che sia benedetta per tutto il lavoro fatto!La voce della Grisa usciva cavernosa e le parole le si incagliavano in gola. La storia della pensione filava liscia come l'olio, nè dal vestito, rimboccato sulle maniche, sporche e sciupate, trapelava l'ombra di una qualsiasi ricchezza da esibire.La Grisa stava bonariamente seduta su una bassa pan­chetta e da un tascone del largo vestito, certamente di un altro, estrasse un grosso pettine, a denti larghi. Iniziò a tirare i capelli all'indietro, con malcelati guizzi d'orgoglio femminile, non ancora scomparso. Da quel momento della toilette, ogni tanto ripeteva con sussiego: - Devo andare, mi aspettano!Sembrava che io fossi d'impiccio per il suo impegno. Ma lei continuava a passare con forza il pettine fino al punto che apparvero tre bernoccoli, simili a bianche cipolle, a zig, zag, sulla parte destra della testa."Pazienza uno!" pensai "Qui c'è un'intera famigliola".La Grisa tirò al massimo i capelli e li fermò con uno straccetto nero e lucido. Il suo viso ringiovanito pareva stare nel palmo della mia mano. Ebbi un momento di tenerezza; estrassi del denaro e glielo porsi. Lei rifiutò garbatamente e con dignità. Mi ripetè che la pensione era suffi­ciente per i suoi bisogni. Io insistei e lei a malincuore lo accettò. Infilò la banconota sotto una cassetta e diede l'ultimo strattone alla lunga chioma che se l'avesse sciolta sa­rebbe scivolata a fondo schiena, come le donne d'una volta.Allora con voce sicura e chiara mi disse che avrebbe pre­gato tutte le sere per l'anima di mia madre.- Prima di addormentarmi, prego per i parenti. D'ora in poi, metterò anche il nome di tua madre Rina! Volli sapere perchè la chiamavano Grisa.- Io sono la figlia della Grisa. Così accadeva anche per mia nonna! Ma ora, dove finirà questo nome, se non c'è più nessuno?Restammo in silenzio mentre per l'aria vagava il timore del futuro. Lei era l'ultima Grisa del borgo. Senza saperlo, aveva scelto di vivere come Diogene che nell'antica Atene predicava il ritorno alla natura, disdegnando tutte le comodità. Fuori di casa, invece lei conservava l'aria battagliera di Robinson Crusoè che, dopo il naufragio nell'isola, iniziò a raccogliere ogni cosa utile o ritenuta tale, con l'aiuto del selvaggio Venerdì.I giorni che restavano alla Grisa parevano combaciare sempre più con le voci che lei levava nel chiuso delle stanze. Quando si spegneva il sole, il mondo dei fantasmi tornava a pulsare nel suo cuore di donna pia e coraggiosa.I sentimenti e gli affetti salivano in gola o scendevano dalla testa allo schermo della memoria. Allora lei non era più sola nella notte mentre il campanile batteva le ore sui vetri spogli dei Grisa, alla soglia dell'eternità.

Il Mistero della Grisa - parte 2 - Il ritorno a Rivalta

Il ritorno a Rivalta


Tornai a cercare la Grisa. Mi sembrava averla abbandonata, dopo la scoperta del suo arcipelago di oggetti in­verosimili, allineati su una invisibile panchina da cui po­teva spiccare il volo da un momento all'altro.Povera Grisa! I troppi anni le stavano stretti e venivano a galla le ambizioni mai sopite di riandare a vezzeggiare i vigneti per cogliere l'erba fresca tra i filari. Ora sovente era obbligata a segnare il passo, tra un piano e l'altro della casa, sbattendo sempre la testa in quel marasma che rendeva chiunque si fosse inoltrato di pochi metri nel su abitacolo.Non traeva alcuna compagnia dalle case vicine.La prima, in totale rovina, aveva persino smangiate le scale esterne e le finestre porgevano solo occhiaie spente.Di lì s'erano mossi gli occhi miopi del Baretti fanciullo quando giungeva da Torino per passare l'estate dai nonni. Ci sarebbero volute le voci concitate della Grisa per ravvivare quei silenzi di tomba. Tra le due case, in più s'alzava un divisorio di pietre e mattoni che tagliava nette le due proprietà.Il siparietto oscurava la figura della Grisa quando si abbassava sui recipienti carichi di pioggia. In un batter d'occhio lei studiava quale prendere. Lo sollevava da terra e lo appoggiava al petto come fosse un figliolo che rientrava nel nido.Attraversai il paese che festeggiava il suo primo Millennio con bianchi striscioni e cacce al tesoro nel fossato del pallone. Raggiunsi d'un sol fiato il cortile dei Baretti. La Grisa aveva la porta sbarrata. Stava a letto, coi vetri senza gli scuri. Sembrò più dannato quel cortile, coll'erba cresciuta e scarmigliata. Avrei voluto rubare qualche immagine o scorgere un lume che agolava tra le pareti delle sue stanze. Mi sentii come un ladro in trappola, alla mercè dellanotte fonda. Ripiegai verso la Chiesa e mi fermai sotto un lungo portico dove una volta l'Edoardo cuoceva il pane con le fascine. Un tizio gentile spuntò dalla penombra e mi contò che la Grisa s'era fatta più piccola. Ma era an­cora vivace e ogni sera di maggio veniva a recitare il rosa­rio per la Madonna.Il tizio aggiunse sconsolato: - Non ha perso il vizio di frugare tra i rifiuti, anche se i nuovi contenitori le impediscono di racimolare la roba di una volta. Cinque anni fa il Comune mandò una squadra a pulirle la casa. Sotto il letto trovarono un sacco colmo di soldi. Vennero versati alla Banca.Così la Grisa apprese che i soldi stavano meglio in una cassaforte, senza topi e senza ladri. Però, da quel giorno, lei misera dalla testa ai piedi, fu creduta ricca. In realtà, la continuarono a vedere mentre raccoglieva minuscole patate, scartate nei campi, o a fare incetta di pannocchie di meliga, dimenticate nei filari, che lei abbrustoliva sulla fiamma del camino. Quei grossi chicchi le parevano tanti occhi della Madonna.Rientrando a Casale, pensai alla moltitudine di gatti, sparsi nelle strade del vecchio borgo, una volta chiuso da un ponte levatoio. I gatti, rigidi come statue, attendevano la preda mentre le donne sole, sbarrate in casa, con la preghiera scongiuravano l'ultimo traguardo.Le stelle brillavano sul tetto della Grisa e la luce notturna, filtrando dai vetri senza schermo, inumidiva i suoi occhi socchiusi, forse in preda a sussulti di monologhi o stra­scichi di battibecchi. Era straordinario che da un corpo esile, come diceva quel tizio, uscisse la potenza di voce che io avevo udito in cima alle scale di quella strana casa. Si sa che in campagna, quando si parla, in realtà si grida. Chi ascolta, pare sempre sia sulla collina di fronte. Mi rattristai perchè non ero riuscito a scoprire le mortali sembianze della Grisa, nè a scippare la sua effigie di eterna contadina.
I giorni seguenti, quando il sole batteva forte sul Monferrato, io mi chiedevo se la Grisa faceva la siesta se si aggirava tra le stanze ove le cose si rimescolavano in assoluta libertà. Il latte e lo zucchero avranno avuto un posto di riguardo, così il pane e la verdura, strappata con le unghie dagli orti del paese. Mi figuravo anche che se fosse uscita per gli impegni religiosi o per le battute mattutine, la scala, ingorda di cartaccia, avrebbe trepidato nell'ansia del suo passo che risaliva ai piani superiori.A lei bastava un solo sguardo per cogliere la pianura, stretta al capezzale del Bormida, sempre più viola.La Grisa, nello scrigno dei ricordi certamente conservava una felice giovinezza, giocata sulla corda del ballo a palchetto quando sbalordiva per il passo di danza. Era con lei la zia Iolanda che pur ricamando dalle suore, le aveva insegnato i giri dei valzer e il passo della mazurka.Bei tempi! Le ragazze da una parte e i giovanotti dall'altra, mentre l'acetilene dei banchetti di torrone inondava l'aria di odori acidi e solforosi. Una marea di gente stava incollata al parapetto del ballo col tendone, per ore e ore, non perdendo una mossa della figlia o della nipote. Anch'io, quelle sere favolose, correvo come un dannato tra la folla, giocando a guardie e ladri, con altri dannati, pronti a spintonare chiunque fosse sul nostro passaggio.In verità, il destino pareva aver baciato in fronte la Grisa. Lei viveva a fianco della casa di Baretti. Il duce nel '35 aveva immortalato l'origine rivaltese dello scrittore con una lapide dettata da Luigino Caviglia. Venne infissa sotto le finestre delle suore dell'asilo Torre, con un palco solenne a filo del muro. Il Prefetto tirò il cordino e uno degli arditi rivaltesi si mise a gridare a squarciagola: "Viva il Perfetto! Viva!"Il padre della Grisa contava che il rivaltese, fattosi chia­mare Aristarco Scannabue, fece nel paese una grande incetta di dolcetto dei Maioli. Voleva smerciarlo a Londra tra i suoi amici.) Lo chiuse in nove botti e lo spedì in Inghilterra, tramite il Portogallo. Il vino non giunse mai a destinazione. Ci fu un disguido o i marinai portoghesi fiutarono la cosa e lo scolarono per intero. Ad ogni modo, Baretti, sul punto di morire, fece sturare una bottiglia di vino rivaltese, brindò al borgo natio e alle colline che conducevano ai Boschi. Poi chiuse gli occhi, nel tepore dell' alcool .Mi giravano in testa le parole di quel tizio che parlava d'una Grisa minuscola e leggera. Camminando, diceva, pareva scivolare in avanti, come fosse in barca e remasse per passare un guado. La sua vita scorreva senza offese di sorta e gli altri la lasciavano campare, convinti sempre più che lei giocava alla commedia di essere povera.Divenne una mia idea fissa conoscere la Grisa.Partii una seconda sera di maggio che non era ancora imbrunito. Corsi velocemente sull'autostrada. Un cielo minaccioso avanzava dai bricchi di Strevi. Giunto a Rivalta mi portai nel cortile della donna. Per le contrade, dai lampioni polverosi scendeva una ben fioca luce che pareva illuminare un purgatorio. Nuovamente, nel cortile già gravava una notte di pece. Stavolta mi accostai ai muri e sentii che la Grisa tossiva penosamente.Che l'avesse svegliata il mio scalpiccio? La tosse trapassava le vetrate disadorne con colpi insistenti. Il mattino era ancora lontano. Al segnale delle cinque, lei scendeva puntuale nel deserto paese. Raggiungeva la chiesa della Madonnina e usando la chiave nascosta entrava nel luogo dipreghiera che confinava muro a muro con la villa di Norberto Bobbio, che in giovinezza gli amici chiamavano Bettino.Su una panchetta schiacciava un tenero sonnellino, prima che don Paolo giungesse a dir messa. Le minuscole chiese erano le àncore del suo peregrinare mattutino. All’"Ite, Missa est!" lei ricominciava la rassegna lungo le strade o ai crocicchi.Talvolta rinveniva un paio di scarpette per il piede smagrito.Era il suo debole! Se poi veniva fuori un cappottino in disuso, scendeva la manna dal cielo. Ma capiva che ci sarebbero volute cento braccia per trasferire nelle larghe scansie a muro il ben di dio nascosto o per appenderlo ai tra­ballanti attaccapanni dei nonni. Il suo era ormai un gioco di sopravvivenza mentale. Si credeva braccata dal luccichio dei piedi della gente di Rivalta o dai cappotti profumati delle signore che mal volentieri sedevano al suo fianco in chiesa. Lei era diventata la giustiziera dello spreco. Ogni ora qualcosa veniva scartato e a lei dava la vertigine di riportarlo in vita, liberandolo dai lugubri sacchi in plastica nera. Se andava male, faceva incetta di cassette che riponeva sotto il portico, di fronte a casa. Di lì nasceva la legna per il suo camino antico in marmo nero.L'incontro con le cose abbandonate era commovente. Pareva un dialogo e non di rado la Grisa parlottava con gli oggetti che non opponevano resistenza e non costava­no una lira.D'altronde, lei non era una straccivendola, perchè non vendeva nulla. Ci pensava il Comune a liberare le sue stanze ogni tanto.Quei di Rivalta sospettavano che la Grisa avesse in testa il tarlo del denaro. Ma chi badava alla sua vecchiaia?Se il conto cresceva in banca, lei dormiva tra guanciali di lusso. Ma i guai suoi erano chiusi nel giro di quella matassa! Lei entrava timida in banca, deponeva la pensione di due mesi nelle mani del Direttore che l'accoglieva nel salottino riservato. Dopo qualche firma, usciva spennata come un pollo, con poche lire nella borsetta per non mo­rire di fame. Rientrava nei panni sporchi della poveraccia di sempre!Volutamente si alienava dalla ricchezza o dal denaro.Sapeva di possedere un conto, ma non consumava nul­la che lo facesse diminuire. Intanto il suo corpo si rimpiccioliva sempre più.
Solo quando sulla testa teneva una pila di cassette, si rammentava dei giorni lieti quando dentro le gabbie gettava l'erba delle vigne e i coniglietti parevano matti.Sentirla tossire quella sera mi riportò a pensare alla solitudine notturna di mia madre. Ne provai doppia pena e venni via dalla "Court d'Baret". Raggiunsi la rocca in rettilineo col campanile. Cercai di distrarmi, traendo dalla penombra l'immagine estesa del dirupo che si diramava dal glorioso fossato del pallone, pullulante di piante. Le case sul costone parevano levarsi dalla tolda di un'immensa nave, ancorata su un mare di sambuchi e acacie in fiore. Non si indovinava un sol metro quadrato brullo tra la fittissima vegetazione dove le piante selvatiche si stringevano l'una all'altra e toccate dal vento lambivano il muretto di confine della strada.Sprofondato in quel verde confuso alla notte, riandai ai tempi delle rozze capanne che crescevano nel canalone, in ogni dove, sotto la spinta e l'estro di bande di ragazzi che giocavano a fingersi eroi del Far West. Ben diversa era la visione dal cortile della Grisa, più a sud. In un paesaggio morbido e famigliare si dipanava la Rivalta degli orti dove gli asini Per centinaia di anni avevano arrancato attorno ai pozzi, girando senza fine con una pezza scura su­gli occhi. Quando la bestia si fermava di scatto, per scrollarsi una nuvola di moscerini o di vespe, dai solchi inon­dati d'acqua partiva la voce del padrone che chiamava per nome l'asino e lui ripartiva lemme lemme.Quella sera, tra dedali di portici e slarghi di piazzuole, ricavati dall'abbattimento di case decrepite, mi meravigliai per la vastità di quell'immaginaria nave che mai aveva preso il largo e che ora diveniva più elegante e moderna. Il borgo rinasceva, perchè ogni tanto da Genova o da Milano giungevano forestieri, sulla scia di parenti morti o di voci di svendite. Costoro con pazienza e amore rimettevano in sesto un cortiletto con lampioni e pianticelle, o ricostruivano illusori manieri di vassalli.La casa dei Baretti, al contrario, andava alla malora. I discendenti se n'erano fuggiti alla Cappelletta, verso la Valdrua, lasciando nell'oblio le spesse mura dell'antica ca­sata. Baretti giaceva a Londra e non poteva lanciare gli schiocchi della sua "Frusta" leggendaria. Eppure a ridosso della "Court d'Baret" ruotava il vecchio paese, coi rari e signorili palazzi del Settecento, dalle porte in legno lavorato e gli stemmi alti sulle facciate.La Chiesa parrocchiale, rimessa a nuovo, restava l'oasi imponente con la sua severa cancellata che la separava nettamente dalla via Baretti. La trovai aperta sul tardi, spinsi la porta in avanti per far capolino tra le navate e nel balbettio di lampade votive rivissi sull'istante giorni della mia vita.Fui spinto a quel gesto da una bianca Madonna col bambino in braccio, incassata nell'angolo del campanile. Spirava uno strano vento di dolcezza su chi transitava.Fu così, che girando a caso da una contrada all'altra, sotto una luce avara e tra spazi a singhiozzo, io venivo ragionando di signorie e di servi della gleba, di antiche caste e di Comuni fieri dinanzi al sopruso. Ora tutto filava liscio sull'onda di un equilibrio, rotto da molti che avevano lasciato il borgo per chiudersi in condomini di periferia. Attorno alla Chiesa, timoniera delle nascite e delle morti, era d'uso la pazienza di stare gomito a gomito. Era un tirocinio che s'apprendeva già dall'infanzia quando la vita di ognuno pareva congiungersi a quella degli altri, nel bene e nel male. Le voci dei Ghilini, dei Bruni o dei Torre, s'erano perse per sempre nei meandri del vallone sottostante. E con loro era scomparsa l'unità medievale o signorile. Restavano i bisogni primari e talvolta la chiusura con gli altri.La Grisa faceva regola a sè. Aveva fiutato che tutto ormai girava sulla trottola del denaro. Lei teneva duro, coltivando la tetragona virtù della parsimonia che le aveva instillato la madre contadina. Un'ora in più letto era tempo perso. La baracca non marciava e il fuoco nel camino non scoppiettava se sotto il portico di casa non si assiepavano le cassette, gettate via dai rivaltesi. Per rompere la solitudine, le bastava un monologo più concitato o allungare le scarni mani sulle fiamme, crepitanti coi tanti legnetti secchi e sbriciolati.




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